Durante i primi due decenni dopo la caduta della dittatura nei primi anni settanta, l'economia della Grecia ha
avuto un debole sviluppo: bassi tassi di crescita, grande deficit di bilancio, inflazione e tassi d'interesse a doppia cifra e moneta
instabile.
L'adesione nella zona euro ha creato le condizioni necessarie alla stabilizzazione dell'economia e all'accelerazione della
crescita.
Questa crescita all’interno della zona Euro è stata alimentata dalla maggiore fiducia acquisita da parte dei
consumatori e, soprattutto, degli investitori che hanno creduto nelle condizioni di maggiore stabilità e di abbassamento dei tassi di interesse
reali.
Grazie delle riforme strutturali, in
particolare la privatizzazione e liberalizzazione del mercato, nonché la modernizzazione delle infrastrutture, la produzione ha risposto
positivamente alla crescita della domanda. Alla fine, però, le riforme in situazione di stallo, l'inerzia e il clientelismo gradualmente, hanno
prevalso come caratteristiche dominanti sulle gestioni di politica economica del paese; ciò ha portato, durante questi ultimi anni, al
peggioramento della competitività, ad un ampliamento del disavanzo pubblico e un andamento fortemente al rialzo dei prestiti pubblici e
privati.
La naturale conseguenza è stata che la Grecia ha iniziato a vivere al di sopra il suo potenziale economico ed oggi si trova in una
grave crisi fiscale con gli oneri finanziari in aumento a livelli record.
L'attuale
governo (nella persona del Primo Ministro Giorgio Papandreou) sta affrontando la questione in un modo molto determinato, adottando misure
drastiche: tagli profondi dei salari nel settore pubblico, incremento sostanziale del valore aggiunto (IVA) e delle accise, il tutto in vista di
una riduzione del deficit fiscale. Da non dimenticare le manovre fiscali per la lotta all'evasione e l’intervento nel settore pubblico al fine di
eliminare o contenere gli sprechi della pubblica amministrazione.






